Ci sono messaggi che hanno otto parole e riescono comunque a occupare un intero pomeriggio.
“Domani, quando puoi, vorrei parlarti di una cosa.”
Non c’è scritto che hai fatto un disastro. Non c’è scritto che perderai il lavoro. Non c’è scritto nemmeno che la cosa sia particolarmente importante. C’è una frase e, attorno, una discreta quantità di spazio vuoto.
La mente, quando trova spazio vuoto, non sempre lo lascia arredato in stile minimalista. A volte apre un cantiere.
Nel giro di pochi minuti possono comparire conclusioni molto più complete del messaggio originale: “Ho sbagliato qualcosa”, “Se vuole parlarmi c’è un problema”, “Se c’è un problema serio non saprò gestirlo”. Intanto fuori la giornata prosegue: mail, telefonate, commissioni, magari anche il latte da comprare. Il funzionamento resta in piedi. Dentro, però, una parte dell’attenzione ha aperto un ufficio investigativo e sta lavorando su fascicoli che, per il momento, contengono pochissimi fatti.
—Non reagiamo soltanto a ciò che accade
Una delle idee centrali della Rational Emotive Behavior Therapy, la REBT, è che tra un evento e la risposta emotiva ci siano anche le convinzioni attraverso cui quell’evento viene valutato.
“Convinzione irrazionale”, nel linguaggio della REBT, non significa che la persona sia stupida, bizzarra o incapace di ragionare. Indica piuttosto un particolare modo di valutare ciò che accade, spesso rigido o assolutistico, che può contribuire a rendere più disfunzionale la risposta emotiva.
Il punto importante è che qui non siamo soltanto davanti a una metafora clinica ben riuscita. Studi sperimentali e analisi dei meccanismi di cambiamento in ambito REBT supportano un contributo causale delle credenze irrazionali alle risposte emotive disfunzionali: in alcuni contesti studiati, modificare quelle credenze modifica anche ansia e altre emozioni negative.
Questa distinzione conta. Dire che due cose sono correlate significa osservare che tendono a presentarsi insieme. Parlare, con prudenza, di contributo causale significa qualcosa di più: abbiamo elementi per sostenere che intervenire su una delle due possa contribuire a modificare l’altra.
Ma “contributo causale” non significa “causa unica”. La ricerca, purtroppo per le frasi da stampare sulle tazze, tende a essere meno generosa delle nostre semplificazioni.
—Una convinzione può pesare senza essere l’unica cosa che pesa
Torniamo al messaggio.
L’evento, per ora, è semplice: qualcuno vuole parlarti domani. La previsione negativa potrebbe essere infondata, ma potrebbe anche rivelarsi corretta. Il punto non è convincersi che “andrà tutto bene”. Sarebbe solo un’altra forma di certezza obbligatoria, stavolta con una grafica più allegra.
La domanda utile è un’altra: mentre non sai ancora che cosa accadrà, quanto stanno contribuendo le tue conclusioni a ciò che stai provando?
Una convinzione come “Non deve esserci nessun problema” oppure “Se ho sbagliato sarebbe intollerabile” aggiunge qualcosa all’incertezza originaria. Non c’è più soltanto una situazione non chiarita: c’è anche la richiesta che quella situazione non possa essere problematica, o che un eventuale errore non debba esistere.
Questo non significa che ogni emozione difficile dipenda dai pensieri. Le risposte emotive possono essere influenzate da storia personale, contesto, apprendimento, relazioni, condizioni del momento e molti altri fattori. Le revisioni della letteratura REBT ricordano inoltre che i meccanismi di cambiamento non vengono misurati direttamente in tutti gli studi e che non possiamo assumere lo stesso effetto in ogni popolazione, contesto o tipo di emozione.
Il dato diventa più utile proprio quando smettiamo di chiedergli di spiegare tutto.
—Il secondo passaggio è più delicato
Quando una risposta emotiva diventa intensa, spesso cambia anche il modo in cui ci comportiamo. Nella scena del messaggio potrebbero comparire riletture, controlli, richieste di rassicurazione, tentativi di ricostruire retrospettivamente ogni conversazione della settimana. La casella di posta, nel frattempo, viene promossa a laboratorio forense.
La letteratura REBT associa le emozioni negative disfunzionali a comportamenti maladattivi, controproducenti o che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi. Ma qui bisogna mantenere una distinzione che sembra metodologica e invece cambia parecchio il modo in cui guardiamo una persona.
Il nesso tra credenze irrazionali e risposta emotiva dispone di evidenze che permettono di parlare, con cautela, di contributo causale. Il nesso tra emozione disfunzionale e comportamento maladattivo, invece, va mantenuto sul piano associativo e funzionale: le due cose sono collegate, ma questo non dimostra che l’emozione sia da sola la causa unidirezionale del comportamento.
In altre parole, non abbiamo una catena universale del tipo:
pensi male → stai male → fai cose sbagliate.
È una catena molto ordinata. Tre frecce, un diagramma e tutti a casa.
Le persone hanno però la fastidiosa abitudine di essere più complicate dei diagrammi.
Lo stesso stato d’ansia può accompagnarsi a comportamenti diversi in persone diverse o persino nella stessa persona in momenti differenti. Un comportamento può dipendere da ciò che ci si aspetta che accada dopo, dalle abitudini, dalle alternative disponibili, dal contesto sociale, dalla stanchezza e da molte altre condizioni. Dire “l’ansia mi ha fatto fare questa cosa” può cogliere una parte della scena senza necessariamente spiegarla tutta.
—Tre piani che tendiamo a fondere
Quando evento, pensiero, emozione e comportamento arrivano quasi contemporaneamente, è facile percepirli come un blocco unico: “Sto male perché è successo questo”.
A volte è davvero successo qualcosa di difficile. Non c’è alcun bisogno di psicologizzare ogni problema esterno fino a farlo scomparire. Ma anche quando il problema è reale può essere utile distinguere almeno tre domande:
- Che cosa è successo, per quanto riesco a separarlo dalle mie conclusioni?
- Che cosa sto credendo o concludendo su ciò che è successo?
- Che cosa sto facendo mentre provo quello che provo?
Non è un test diagnostico e non promette che, separati i pezzi, la vita diventi improvvisamente semplice. Serve a evitare che tutto venga schiacciato in un’unica spiegazione.
La REBT offre qui una risposta parziale ma importante: alcune convinzioni non sono semplicemente un commento che arriva dopo l’emozione. In determinate condizioni possono contribuire a costruirne intensità e qualità.
E questo è particolarmente interessante nelle giornate in cui fuori continuiamo a funzionare abbastanza bene mentre dentro il sistema consuma una quantità notevole di energia.
—Non cercare un colpevole: cerca il meccanismo
Il vantaggio di distinguere questi piani non è trovare il responsabile di ciò che proviamo. Sapere che una componente è modificabile non significa attribuire colpa alla persona.
Significa soltanto riconoscere che, in un sistema complesso, alcune parti possono essere osservate con maggiore precisione.
C’è ciò che è accaduto. C’è ciò che abbiamo concluso su ciò che è accaduto. C’è ciò che proviamo. E c’è ciò che facciamo.
Sono collegati, ma “collegati” non significa “identici”. E soprattutto non significa che tra loro esista sempre una sola freccia nella stessa direzione.
Capire meglio com’è disegnato un problema non lo risolve automaticamente. Però può evitare di combattere contro un groviglio come se fosse un unico nodo.
